Senza una grande solitudine, nessun serio lavoro è possibile.
(Pablo Picasso)

Ehi! C’è qualcuno? Sono rimasto da solo? Qualcuno sta aspettando che torni l’appuntamento settimanale con La Domenica di GE?

Eccolo qua! Sì, lo so.. Vi abbiamo lasciati da soli per alcuni mesi, a dicembre dello scorso anno è stato infatti pubblicato l’ultimo: avevamo parlato di quali motivazioni spingono l’utente (medio od avanzato che sia) ad acquistare un device al suo primo giorno d’uscita, ovvero il Day One. Ma di questo parleremo in seguito!

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In più di una occasione abbiamo affrontato, magari solo fugacemente, il tema dell’etica tecnologica: in fondo una delle rubriche più apprezzate e controverse presenti sul nostro sito è denominata GE HACKED! Forse vi chiederete, sfogliando gli articoli presenti in questa “categoria”, quale motivazione ci ha spinti a creare guide per spiegare, in modo approfondito, azioni che potrebbero recare danni ad utenti. E la risposta è, paradossalmente, davvero semplice: la conoscenza rende liberi (e pronti a “difendersi”!). Questo significa che, a livello di etica, il “conoscere” un argomento non implica il suo utilizzo malevolo.

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L’argomento di oggi è dunque “etica di un consumatore di smartphone” e, più in generale, di un utente tecnologico. Partiamo subito col chiarire un concetto chiave, senza il quale potrebbe essere difficile mantenere il filo logico generale del discorso: diamo una definizione di ciò che oggi si riassume in etica (e morale!).

Etica” deriva dal termine dai termini greci ἔθος ed ἦθος, dove il primo si riferisce all’aspetto personale e caratteriale, mentre il secondo si lega alla visione degli usi e costumi della società alla quale si appartiene. Tale distinzione era fondamentale nel mondo ellenico, come essenziale era la distinzione tra vita privata e vita sociale; , con l’avvento culturale latino, questa doppia visione dualistica del termine scompare, lasciando il posto all’unico lemma esistente nella lingua “dei nostri italici avi”, ovvero mos (moris), che si riferisce all’unione tra le due definizioni precedentemente esistenti. Da questo termine deriva, poi, la nostra parola “morale“, strettamente legata , come dicevamo pocanzi, ad etica.

Penso fosse necessario tale breve excursus storico-culturale, poiché spesso dimentichiamo, o non siamo a conoscenza, della derivazione e dell’etimologia di parole che usiamo (più o meno) quotidianamente, ed in secondo luogo perché è indispensabile conoscere il passato per comprendere appieno il presente, ed ipotizzare il futuro a breve-lungo termine.

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“[..] Più l’informazione è attraente, più denaro possiamo guadagnare con essa” (R. Kapuscinski)

Dopo l’evoluzione tecnologica che ha investito la nostra società, il modo relazionarci con noi stessi e con gli altri è profondamente cambiato. Spesso le nostre scelte e le nostre decisioni passano attraverso uno schermo, e in molti casi ormai, lo schermo le influenza. Vediamo chiaramente che talvolta, per quanto lo strumento diventi complesso, l’uomo viene strumentalizzato da esso. Prendiamo come esempio l’internet, luogo d’eccellenza per la comunicazione: viviamo in un mondo estremamente informatizzato, altamente personalizzato, così tanto da creare una “profilizzazione virtuale” della nostra persona, dei nostri gusti e della nostra vita privata. Siamo passati, dunque, da una netta distinzione (quella dell’Antica Grecia) tra personalità privata e vita sociale, ad una auto-concessione volontaria della nostra personalità, andando a rimpinzare le tasche, e la memoria, delle multinazionali che ci vendono prodotti, tecnologia e servizi a prezzi (quasi) concorrenziali.

Siamo noi consumatori i principali attori del mondo internauta e dei mass-media; ci preoccupiamo di scegliere quale trasmissione guardare sulla nostra tv on-demand (partendo da Netflix, disponibile da mesi anche nel nostro Paese, passando per servizi come Hulu, Infinity e tanti altri), o cercando sul web oggettistica e prodotti da comprare online, favorendo così l’indicizzazione di valori personali tramite algoritmi studiati appositamente per conoscerci sempre meglio.

“AIUTO, CI STANNO SPIANDO!”

Ebbene sì, ma siamo noi stessi a cedere al fascino di farci scoprire, di raccontare tutto su noi stessi: ogni qualvolta ci iscriviamo ad un social network, ad un motore di ricerca, ad un portale, accettiamo (e firmiamo) un contratto. Spesso non abbiamo voglia di leggere interamente questo contratto, e lo saltiamo a piè pari, arrivando direttamente al pulsante di accettazione: bene, è esattamente qui che scegliamo di regalare dati all’azienda.

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Eppure anche noi, consumatori ed utilizzatori di device tecnologici, abbiamo la possibilità di evitare tutto questo eccessivo controllo: se da una parte ci troviamo un Web pieno di campi di login, di dati da compilare, nomi, cognomi ed indirizzi, abbiamo una Rete Profonda (infinitamente più grande e piena di informazioni), che consente di rimanere nell’anonimato. Con i pro ed i contro annessi.

Sto parlando del famoso (ormai..) Deep Web, calderone unico di immondizia legale ed illegale [ma in particolare la seconda!], che permette all’utente di non essere rintracciato tramite indirizzo IP: sì, caro amico.. La modalità incognito che utilizzi regolarmente di notte non mantiene i dati nella cache, ma registra l’IP!

Dicevo: permette di non essere rintracciato, e dunque di potersi permettere di intraprendere azioni altamente illegali (evito di specificare quali cose: se volete un chiarimento “ironico” e “lezzoh”, guardate QUESTO VIDEO; se al contrario volete una spiegazione più tecnica, LEGGETE QUI!), con la sicurezza di non essere visibili. Ma, eticamente, lo trovate giusto?

Personalmente sono contrario a questa “scappatoia“, perché apre le porte a persone che potrebbero organizzarsi, in modo estremamente sicuro, per fare del male, sia virtuale che fisico. Ovviamente nella parte oscura di Internet non si trova solo questo: possiamo trovare anche prodotti legali difficilmente reperibili, a prezzi molto al di sotto della media, si può trovare, od esprimere, anche pareri ed opinioni interessanti con una sicurezza che molte volte solo l’anonimato riesce a dare (senza sapere ovviamente in maniera certa, come anche su internet in generale, la sua veridicità).

La domanda che vi faccio è: preferite l’onnipresente controllo, ed il donare le vostre informazioni alle multinazionali, mettendo quindi a rischio la vostra etica e la vostra morale, piuttosto che responsabilizzarvi con (e su) i mezzi che usate al fine di capirne la loro reale potenzialità, solo per un po’ di pigrizia?

nell’era dell’informazione (e dell’informatica), l’ignoranza è una scelta

Per essere sicuri di non cadere nella trappola, o perlomeno di limitarne i danni, c’è solamente un modo: semplicemente informarsi, non dare nulla per scontato solo perché si trova dietro uno schermo, e giudicare il digitale con la stessa etica con cui ogni giorno affrontate il mondo.

P.S.: Vi vogliamo ricordare che esiste il diritto all’oblio, che prevede la cancellazione dei dati personali in alcuni determinati casi. Se non conoscete questo nostro/vostro diritto, vi consigliamo di leggere QUESTO ARTICOLO! 

Nell’ultimo editoriale, vi abbiamo domandato se avete mai acquistato un device al Day One: il 72% di voi ha risposto con un secco no, ritenendo che sia un atto privo di senso. Ed, in fondo, è esattamente così.

Oggi invece vogliamo domandarvi dove si ferma la soglia tra un buon utilizzo della tecnologia ed uno pessimo: sotto con i click ed i tap, VOTATE!

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Sbanfio

Sbanfio
24 anni, parmigiano, studente di Scienze Politiche. Amo tutto ciò che è tecnologico e futuristico: Google ed i suoi progetti, Linux ed il suo formidabile kernel, gli OS "minori", ed infine i giovani che credono nei loro progetti e nel crowdfunding. Blogger, ma non solo: mi occupo anche delle questioni (più o meno) tecniche, di developing e di modding.