Signore e signori, benvenuti:
prego la regia di togliere il ritorno in cuffia.
Bene, partiamo!

(Doverosa citazione al grandissimo Bruno Pizzul, cantastorie di centinaia e centinaia di migliaia di minuti di intrattenimento ludico.)

Dunque benvenuti, e bentornati, ad un nuovo appuntamento con LA DOMENICA IL LUNEDÌ DI GE!
La settimana scorsa vi abbiamo parlato di un argomento molto discusso, molto apprezzato e schernito al tempo stesso, una tematica (ed un prodotto) che vuole decollare ma che, per un motivo o per l’altro, continua a rimanere radicato sull’elitarietà e settarietà del progetto: #Dante, #GoCastoro e la storia di #Stonex.

Oggi vogliamo trattare di un concetto particolare, ai più sconosciuto, che sta alla base del nostro shopping, dei nostri acquisti ed, in senso lato, della nostra vita: parliamo oggi di obsolescenza programmata!

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Obsolescenza programmata: un termine che appare altisonante, intellettualoide, echeggiante ma che, senza accorgercene, ha cambiato (durante il corso dei decenni e, tra pochi anni, del secolo) la nostra quotidianità, la nostra vita, la nostra storia.

Un piccolo riassunto etimologico-filologico e cronologico di questo termine, e di questo incanutimento cucito addosso a tessuti, oggetti, tecnologia e qualunque materia disponibile sul mercato internazionale moderno, per poi cominciare con l’analisi vera e propria.

*PROFESSOR MODE ON*

L’obsolescenza programmata o pianificata (in inglese: planned o built-in obsolescence) in economia industriale è una strategia volta a definire il ciclo vitale (la durata) di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure diventa semplicemente obsoleto agli occhi dei possessori in confronto a nuovi modelli che appaiono più moderni, seppur poco o per nulla migliori dal punto di vista funzionale.

Secondo alcuni osservatori, già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby dei principali produttori occidentali di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine ad incandescenza in commercio, al fine di limitarne la vita a circa 1.000 ore di esercizio. Il termine “obsolescenza pianificata” è comparso per la prima volta in letteratura nel 1932, anno in cui il mediatore immobiliare Bernard London propose che fosse imposta alle imprese per legge, così da poter risollevare i consumi negli Stati Uniti durante la grande depressione.
Quando negli anni trenta i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti. Poiché la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari, la DuPont incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra stessa che avevano creato.

*PROFESSOR MODE OFF*

 

Ed ora, tutta questa lezioncina da professorino, ce la spiega uno dei comici (ed attori teatrali) più famosi in Italia: Natalino Balasso! È il tuo momento: libera la tua anima dalle catene, mostraci la tua essenza! (e non inalberarti)  😀

Nacque tutto, dunque, dalla lobby delle lampadine: tralasciando il discorso meramente politico delle “logge”, possiamo capire quanto sia stato importante (negli anni Venti, per i produttori) applicare un metodo per poter diminuire la durata totale degli oggetti; l’ombra del capitalismo selvaggio si proponeva prepotentemente in Europa e negli States, creando una nuova società basata sul consumo. Minor vita degli oggetti significa maggiore consumo, dunque un incremento delle vendite ed in conclusione, una più alta percentuale di possibilità che l’economia capitalistica e dello sfruttamento becero delle risorse, continui fino a quando la disponibilità lo permette.

 

obsolescenza_peanuts
Una semplice, e precisa, spiegazione dell’argomento. In pieno stile Peanuts!

Ma discostiamoci ora dagli anni Venti, e torniamo ai giorni nostri: computer, smart tv, smartphone, smartwatch e qualunque altro apparecchio tecnologico è presente nella nostra vita. Interessante è il parallelismo tra questa esagerata voglia di “smart” ed il porre fine, in modo premeditato, all’oggetto in questione. Pare, dunque, sia maggiormente accettata (a livello sociale) l’estremizzazione del concetto di “smart“, e metaforicamente dell’intelligenza stessa, in luogo della durata.

Smartphone con svariati gigabyte di memoria RAM, centinaia di memoria ROM, connessioni sempre più veloci e performanti e mezzi sempre più potenti: abbiamo ora tra le mani ciò che solo pochi anni fa utilizzavamo come complessi computer. Ma dalla durata davvero limitata. In media, infatti, la vita di uno smartphone si attesta intorno ai due anni: solamente chi vuole “upgradare”, attraverso l’utilizzo di custom ROM ed il modding, il cambio della batteria ed alcuni tips può pensare di allungare notevolmente la sua durata, raggiungendo così il picco di un lustro.  Spendiamo decine di ore al lavoro settimanalmente per poter guadagnare quanto basta, al fine di permetterci la versione “aggiornata” di un oggetto che possediamo già. La domanda è: siamo sicuri di essere anche noi, oltre i nostri device, “smart”?
Siamo sicuri di essere intelligenti, ovvero di sapere ancora utilizzare l’intelletto? Oppure siamo manipolati da ciò che viene definito obsolescenza percepita, o simbolica, ovvero quando è la pubblicità a definire la durata massima di un prodotto?

Il primo smart device ad essere accusato di attuare la pratica dell’obsolescenza programmata è stato l’iPod, dispositivo innovativo per ascoltare musica e per creare hype nell’utente: nel 2003 Apple fu accusata di questo “crimine”, arrivando a decretare di 18 mesi la durata massima del lettore musicale. A questo si susseguirono, ovviamente, tutti i successivi dispositivi elettronici.

Samsung, Apple, LG, Nokia, Microsoft e tanti, tanti altri: i produttori sfruttano la voglia, l’esigenza basilare costruita di essere sempre “in prima linea”, di essere sempre aggiornati e di essere al vertice della popolarità. Il tutto grazie ad uno status symbol: un semplice oggetto, più o meno curato, determina la nostra posizione all’interno della società. E muore, grazie alle sapienti mani di chi lo produce.

fumettoobso
Quando l’obsolescenza programmata degli oggetti ti impedisce di lavorare!

Per ovviare a tutto questo, od almeno per marginalizzare tale fenomeno, è nata in Inghilterra un’associazione denominata “The Restart Project“, che si occupa di ridare vita ai nostri (più o meno) vecchi dispositivi. L’associazione (che divide il proprio lavoro tra comunità ed azienda/compagnia) ha ottenuto talmente tanto riscontro che ha iniziato ad organizzare dei Restart Party, un appuntamento europeo e su scala mondiale che permette ai consumatori di riportare in vita i propri device attraverso dei mini-corsi ed un kit di riparazione, incrementando in questo modo notevolmente la loro durata.

Noi, in conclusione, vi consigliamo vivamente di fare acquisti ponderati: non puntate al risparmio, leggete più recensioni possibili (sfruttate Google, è un ottimo mezzo per conoscere i dettagli che vi interessano!), considerate le vostre esigenze ed, infine, consultate il web per conoscere trucchi e guide che vi permettano di usufruire il maggior tempo possibile del vostro device. E, non dimenticatevi, che quando la casa produttrice non vi assiste più, ovvero alla fine della garanzia e degli aggiornamenti, ci sarà la comunità a prendere il suo posto: un utilizzo davvero “smart” delle proprie conoscenze e capacità, messe al servizio della società! Il modding è vostro amico!  🙂

La scorsa settimana vi abbiamo chiesto quale comportamento, secondo voi, ha tenuto Stonex durante questi mesi: eccovi i risultati! Secondo la maggioranza, con il 32% dei voti, l’azienda si è sempre comportata in modo corretto, non avendo sbagliato nessuna mossa (né di marketing, né di produzione e distribuzione), dichiarando di adorarla. Al secondo posto, col 25%, avete affermato che l’azienda sita a Lissone ha avuto un comportamento davvero scorretto. Noi rimaniamo nel mezzo, e continuiamo a consigliare a Facchinetti & Co. di seguire i consigli (e le critiche) di chi non è d’accordo con loro, evitando i ban, gli scherni e le etichettature “castoriche”.

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Oggi vi proponiamo invece un altro sondaggio, inerente alla questione odierna: ogni quanto cambiate il vostro device? Rispondete in modo sincero, e ricordate: “Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità.(S. Latouche)

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Qual è la vostra opinione su questo argomento? Ogni quanti mesi/anni cambiate il vostro device? Fatecelo sapere con un commento, e non dimenticatevi di condividere questo articolo con i vostri amici e di lasciare un “mi piace” sui nostri social network: FacebookTwitterGoogle+ e TSU!

Stay pure, grow the Google Experience!

Sbanfio

Sbanfio
24 anni, parmigiano, studente di Scienze Politiche. Amo tutto ciò che è tecnologico e futuristico: Google ed i suoi progetti, Linux ed il suo formidabile kernel, gli OS "minori", ed infine i giovani che credono nei loro progetti e nel crowdfunding. Blogger, ma non solo: mi occupo anche delle questioni (più o meno) tecniche, di developing e di modding.